“A cinque anni dalla sottoscrizione della prima piattaforma programmatica unitaria, le associazioni datoriali e i sindacati del lavoro domestico tornano a rivolgersi congiuntamente al Governo perché molti nodi restano ancora irrisolti. Su alcuni fronti, come quello relativo al Decreto Flussi, si sono registrati passi avanti – con la ‘riapertura’ nel 2023 al settore dell’assistenza familiare – ma questo non è sufficiente”. Così Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico, e presidente della Federazione Fidaldo, tra i promotori del documento programmatico inviato alla Presidente del Consiglio e ai Ministri competenti per avviare un confronto su una riforma organica del comparto che riguarda 5 punti.

“Relativamente alla questione flussi migratori richiamata nella piattaforma – spiega Zini – ribadiamo con forza che questo sistema va reso davvero efficace: bisogna superare definitivamente il meccanismo del click day sul modello delle ‘quote extra’ e abbattere i tempi di attesa dovuti alla gestione delle amministrazioni pubbliche, che arrivano anche ad otto mesi ed oltre, assolutamente non conciliabili con le esigenze delle famiglie”.

“Inoltre, – continua – relativamente alla richiesta di specifiche misure di welfare, precisiamo che per affrontare le grandi sfide che abbiamo di fronte, come l’invecchiamento della popolazione, la non autosufficienza e il calo della natalità, il lavoro domestico deve essere considerato un alleato strategico delle politiche pubbliche. Oltre ad azioni di contrasto al lavoro irregolare, è necessario valorizzare il comparto con specifiche misure economiche all’interno dei provvedimenti a sostegno di disabilità, non autosufficienza e genitorialità. Ma affinché le istituzioni possano davvero investire si deve partire da un dato: la reputazione sociale del settore domestico è ancora troppo bassa. Lo rileva il Rapporto 2026 Family (Net) Work, secondo cui il 72% degli italiani ritiene questo lavoro sia poco o per niente stimato, mentre il 54,4% non lo vorrebbe per i propri figli. A questo si aggiunge che negli ultimi dieci anni, per il 52,2% degli italiani la reputazione è rimasta invariata e per il 18,9% è addirittura peggiorata. Un paradosso se consideriamo che l’80,1% della popolazione considera quello domestico un lavoro importante e che l’89,4% riconosce il suo contributo al benessere della società. Una contraddizione che non possiamo più permetterci. Per questo aderiamo in tutti i suoi punti alla piattaforma programmatica che insieme alle altre parti sociali abbiamo redatto”.