“Accogliamo positivamente l’introduzione di una legge sul caregiver familiare, che colma finalmente un vuoto normativo, ma è necessario intervenire su due aspetti cruciali: ampliare la platea dei beneficiari del sostegno economico, oggi troppo restrittiva e non rappresentativa della realtà, ed aumentarne l’entità. Inoltre, il provvedimento deve affrontare in modo più chiaro il rapporto tra caregiver familiare e lavoro domestico, due facce della stessa medaglia che sostengono il welfare ed il Ssn, senza gravare sul pubblico”. Così Andrea Zini, presidente di Assindatcolf – Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico, in occasione dell’audizione sul Ddl caregiver presso la Commissione Affari Sociali della Camera.
“I criteri previsti per l’accesso alla misura economica – continua Zini – risultano eccessivamente limitanti: restringere il sostegno ai soli caregiver conviventi, con Isee fino a 15mila euro, senza occupazione e con un carico di cura oltre 91 ore settimanali, rischia di escludere una larga parte di famiglie che quotidianamente si fanno carico dell’assistenza. A ciò si aggiunge un livello dell’indennità non adeguato rispetto all’impegno profuso, traducendosi di fatto in un riconoscimento economico solo simbolico, pari a poco più di un euro all’ora. Ancora più importante è che i caregiver ottengano una tutela previdenziale ai fini pensionistici”.
“Come si evidenzia nella ricerca pubblicata nel nostro Rapporto 2024 Family (Net) Work curato dal Censis, – prosegue il presidente di Assindatcolf – per il 49,1% dei datori di lavoro domestico che devono occuparsi della non autosufficienza di un parente, la badante non è sufficiente e il familiare deve intervenire direttamente. Un dato che dimostra chiaramente quanto caregiver familiari e lavoratori domestici siano figure complementari. Tuttavia – conclude – nel ddl vengono opportunamente richiamate solo le figure socio-sanitarie. Allo stesso modo riteniamo che debba essere affrontato in modo esplicito anche il ruolo del lavoro domestico: ignorare questa integrazione significherebbe non cogliere la reale organizzazione della cura in Italia”.